Da un interessante articolo di Domenico De Masi in un supplemento del Corriere della Sera.
(De Masi è professore di Sociologia del lavoro a La Sapienza di Roma.)
Aristotele, in piena società rurale, considerava la felicità come il fine stesso di ogni azione umana.
Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, in piena società industriale, sostennero che la ricerca della gioia e la costruzione virtuosa della propria fortuna rappresentano il diritto primario di ogni cittadino.
E oggi, nella società postindustriale, si può appurare se il buon vivere dipende da fattori quantitativi come il potere e la ricchezza o, piuttosto, da fattori qualitativi come l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la bellezza, il gioco, la convivialità.
L’agiatezza e la povertà sono entrambe accompagnate da troppi grattacapi, per cui la condizione auspicabile è quella intermedia: né ricca né povera, purché dotata di una lunga durata e di buon margine di tranquillità.
Si dice che la ricchezza non fa la felicità, ma bisogna ammettere che la simula molto bene.
Erodoto scriveva, cinque secoli prima di Cristo, sul rapporto tra ricchezza e felicità. Erodoto raccontava che Solone, dopo aver portato a termine la promulgazione delle sue leggi ad Atene si dette a lunghi viaggi in tutto il mondo per arricchire la propria saggezza con nuove esperienze.
In questo suo girovagare arrivò fino alla Lidia, dove regnava Creso, il più ricco di tutti i re. Dopo essersi pavoneggiato con Solone, esibendo lo sfarzo della sua reggia, Creso non seppe resistere alla tentazione di chiedergli chi fosse l’uomo più felice incontrato in tutti i suoi viaggi.Solone citò un certo Tello di Atene, uomo semplice, padre di due splendidi figli, morto in battaglia per la difesa della propria città, che per questo gli aveva reso grandi onori.
Dopo Tello, incalzato dalle domande di Creso, Solone descrisse la sorta felice di Cleobi e Bitone, due giovani belli, forti e generosi, per i quali la madre chiese alla dea Era tutto ciò che un uomo può ottenere di meglio. La dea accolse la preghiera: i due giovani si addormentarono e morirono serenamente nel sonno. E i concittadini, per ricordare la loro eccellenza consacrarono nel tempio di Delfi due statue a loro immagine.Creso si stizzì a tali risposte e disse: “Ospite di Atene, la nostra felicità è da te così poco considerata, che non ci stimi degni di rivaleggiare nemmeno con dei semplici cittadini privati?”.
Solone gli rispose che ogni uomo vive mediamente 70 anni, pari circa a 26 mila giorni. Poichè in ciascuno di questi giorni avviene qualcosa di diverso, ogni vivente, fino alla sua fine, resta sempre in balia degli eventi. “Non è vero” disse “che chi è molto ricco sia più felice di chi ha da vivere alla giornata, se non l’accompagna la fortuna di terminare la vita in una completa felicità.”Un uomo straricco ha due vantaggi: la possibilità di affrontare meglio le disgrazie improvvise e la possibilità di soddisfare un numero maggiore di desideri. Sotto questo aspetto può dirsi fortunato ma non ancora felice. Se un povero è bello e in buona salute, se ha una bella figliolanza e se riesce a chiudere in bellezza la propria vita, sarà un caso di reale gioia. Fino alla morte, inoltre, nessuno può cosiderarsi autosufficiente.
Creso infuriato scacciò Solone, ma di lì a poco suo figlio morì per un incidente di caccia e Ciro conquistò il suo regno. Salvato per fortuna dal rogo al quale era stato condannato, Creso si ricordò di Solone. Se prima si sentiva ricco per l’opulenza delle sue proprietà, ora si sentiva ricchissimo per il semplice fatto di sopravvivere. L’abbondanza, dunque, non fa la felicità perchè è minata dall’assillo dell’insicurezza.
1 Comment to “La scienza del buon vivere”
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“Se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la miseria!” (W. Allen)
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Battute a parte, si è sempre detto che i Greci eran saggi…
Adesso lo stampo e poi lo rileggo… quasi quasi lo appendo da qualche parte…