Intervista a Mickey Rourke su Vanity Fair (1, 2, 3, 4).

Julian Schnabel (artista e regista) ha intervistato Mickey Rourke per Vanity Fair.

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Hai un passato da pugile. In un certo senso una preparazione per il personaggio che interpreti in The Wrestler.
È successo quando ho deciso che dovevo allontanarmi dal cinema per un po’ perché mi accorgevo di essermi, in un certo senso, venduto, e quello era un errore che mi ero sempre ripromesso di non commettere. Avevo accettato due o tre film verso i quali non avevo alcun rispetto, e che mi erano serviti solo a rimettere in sesto le finanze. Sentivo di non aver reso giustizia al mio potenziale, di aver tradito la promessa che mi ero fatto da giovane: essere sempre il meglio che potevo essere.

Come vedi questo film dal punto di vista della sua natura autobiografica?
Quando me l’hanno proposto, la cosa che mi attirava di più era l’idea di lavorare con un regista come Aronofsky, un uomo che vuole le cose a modo suo, senza compromessi, pronto a rischiare. E quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato: non voglio essere questo personaggio. Non avevo nessuna voglia di essere in un film sul wrestling, che non è esattamente la mia passione. Da ex pugile, l’ho sempre guardato dall’alto in basso perché è tutto pre-coreografato, tutto finto, puro divertimento.
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Quindi recitare non è davvero recitare.
C’è qualcosa di molto triste, nella storia, in cui mi sono identificato. Ecco un uomo che si avvicina ai cinquanta e che sta per sentirsi dire: “È finita. Il tuo momento è arrivato e se n’è andato”. E non fa wrestling al Madison Square Garden davanti a 50 mila persone, ma davanti a 2 mila, nelle piccole palestre del New Jersey. Sua moglie lo ha lasciato, sua figlia è lesbica, e lui non ha avuto tempo per lei, perché è sempre stato in giro a esibirsi. La sua vita assomiglia a quella che avevo io quando ho detto al mio analista: “Sono passati dieci anni, e non riesco più a lavorare”. Lo so, mi ero comportato male, ma l’avevo fatto perché mi mancavano gli strumenti per comportarmi altrimenti. Solo quando ho perduto tutto sono riuscito a guardarmi allo specchio e a dire: “Devo cambiare”. Cambiare, per tante persone, sicuramente per me, è la cosa più difficile. Solo in quel momento mi sono reso conto che avevo bisogno di chiedere aiuto e consiglio a qualcuno che poteva salvarmi la vita. L’analista mi ha spiegato che quei dieci anni li avevo passati in uno stato di vergogna – perché sono un uomo pieno di orgoglio -, di assenza della speranza. Mi ero indurito, ero diventato molto distante, molto arrogante, molto arrabbiato, e tutto questo per mascherare la vergogna e il complesso di essere stato abbandonato. Quella vergogna e quel complesso – ora lo capisco – erano la causa della mia durezza, della mia distruttività.

C’è una scena, nel film, dove sei in un negozio, un tizio ti riconosce, ti chiede il tuo nome, e tu non gli vuoi rispondere. Mi spieghi di che si tratta?
È esattamente quello che succedeva a me, qualche anno fa. Entravo a comprare le sigarette, mi mettevo in fila e arrivava l’idiota che mi diceva: “Ma tu sei quello che… come si chiamava? Quello che recitava al cinema”. E io, alla cassiera: “Mi può dare il fottutissimo resto, così esco di qui?”. È umiliante: meglio non essere mai stato nessuno che essere un “ex qualcuno”. Provi vergogna, e cerchi di nasconderla. Quando ho incontrato Darren, ho subito capito perché mi voleva in questo film. Voleva che attingessi a un posto molto scuro e doloroso, dentro di me. Sapevo che aveva bisogno di me per trovarlo. Voleva la mia libbra di carne (la garanzia che, nel Mercante di Venezia di Shakespeare, Antonio offre in cambio di un prestito, ndr), voleva il mio sangue. E io gli ho detto: sai che cosa? È il momento che io mi dia da fare, se voglio una seconda possibilità. E per averla ho bisogno di un regista con le palle. A produzione appena avviata, hanno deciso di sostituirmi con un altro. E io – devo ammetterlo – ero quasi contento, perché non ero sicuro di voler visitare quel posto scuro e doloroso.
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Ma poi devi esserti detto: questo film lo devo fare.
Esatto. La parte intelligente del mio cervello deve essersi resa conto che questa era una possibilità irripetibile per riacquistare….

Il tuo titolo.
La mia posizione, il mio fottuto titolo. E quando abbiamo terminato le riprese, e a quel punto sapevo che avevamo in mano qualcosa di speciale, ho scritto una lunga e bella letterina personale a Bruce Springsteen. Non potevamo certo pagarlo milioni di dollari per una canzone, così gli ho scritto una lettera molto sincera. Gli ho spiegato che questo secondo me era il film più difficile che avessi mai fatto, e il migliore che avessi mai fatto, e che mi sarei ritenuto molto fortunato se avessi potuto coinvolgere una delle persone che mi avevano aiutato a cambiare vita. Devi sapere che, nel periodo “perduto”, ero stato così stupido da non rivolgere la parola a Bruce per 13 anni. “Sono così contento”, gli ho scritto, “di non essere più quello stronzo lì”. Bruce mi ha risposto qualche mese più tardi. Sono a Miami, è notte fonda e ricevo una chiamata dall’Europa, dove lui è in tournée. Mi fa: “Ho letto la sceneggiatura e ti ho scritto una canzone, una cosa piccola”. È la canzone – intitolata proprio The Wrestler – che si sente sui titoli di coda, e che riassume il personaggio. L’ho ascoltata centinaia di volte, in casa, da solo, e ogni volta ho pensato: cazzo, l’ha proprio centrata in pieno. È stato come uno splendido regalo di compleanno, o di Natale. Gli sono enormemente grato. Anche per quello che ha detto a Darren quando gli ha spiegato perché l’aveva scritta.

Che cosa gli ha detto?
L’ho fatto per Mickey. Perché possa tornare a essere quello che merita di essere.


Lyrics.

Oh caxxo… Ritrovarmi a citare Vanity Fair… Vabbè.




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