Sistemando un po’ la catina, ho ritrovato vecchi fumetti.
Tanta roba è andata nel cestino (sic), ma qualcosa ho tenuto, e in certi casi ho semplicemente riletto il primo numero della serie – così, per risvegliare i sensi o per vedere se adesso che sono “più grande” capisco meglio certe cose (leggendo cose che prendeva mio fratello con 6 anni meno di lui sulle spalle, non so in effetti cosa apprezzassi davvero di mia sponte).
Kenshiro, Slam Dunk, Rookies, e Dragon Ball li ricordo bene, li ho tenuti, magari li rileggerò volentieri in futuro – ma per ora non ne ho necessità.
Il mitico Crying Freeman lo sto tenendo lì, vicino a Sanctuary, per valutare il momento adatto per la rilettura.
E poi ho preso in mano i primi numeri di Capitan Harlock e di Devilman. Che belli.
O meglio, che brutti i disegni, ma che belli gli incipit delle trame. Fantastici.
Come se non bastasse, guardare questi vecchi cimeli, storici, assurdamente naive, ma anche pieni di “chicche” mi ha fatto venire in mente un tema interessante per personalizzare la moto, nel caso. ^_^ Son soddisfazioni.

«Io mi batto solo per quello in cui credo. Non per uno stato o un pianeta in particolare. Lotto solamente per gli ideali che ho nel cuore… la gente mi chiama Capitan Harlock… il “black jack” è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivo in libertà. L’universo è la mia casa… la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene… la mia bandiera è un simbolo di libertà»
Spesso escono articoli su vari argomenti, tenuti da personaggi “importanti” che ne sparano un po’ di tutti i generi.
Ovviamente, ci si può esaltare o meno alla lettura delle prossime X features della versione Y.ZZ^2 ecc., ma di solito io non faccio parte del gruppo.
La cosa invece che mi è parsa carina di questa intervista a Damian Conway sul futuro del perl (si parla sempre della fantomatica versione 6 del linguaggio, in gestazione da 10 anni), è questo paragrafo:
Greg: What non-computing books would you recommend programmers to read?
DC: Programming is an intrinsically creative task, so it’s critically important to feed your creativity from outside the discipline. My own interest has always been in new models and metaphors for computation and better ideas for interfaces, so I try and read as widely as I can in the hard sciences (especially physics and mathematics) and in the literature of general design. But that’s me, and most people wouldn’t find inspiration in those same places.
So the general answer, I think is that you need to find books that stretch your brain in unexpected ways, that break you out of your habitual ways of thinking and of viewing the world, that challenge your assumptions and your certainties. Some great example of such books are “The Design of Everyday Things” by Donald Norman, “Freakonomics” by Stephen Dubner and Steven Levitt, “Guns, Germs, and Steel” by Jared Diamond, “The Prince” by Machiavelli, “Catch Me If You Can”, by Frank Abignale, “Lost in the Cosmos” by Walker Percy, or just about anything that Douglas Hofstader has written (sadly, most people seem to stop at “Godel, Escher, Bach”).
Now, I don’t say that I agree with every idea or theory in those particular books, or even with most of them, but I do think that every one of them issues a direct challenge to our entrenched expectations and beliefs. And I think that’s the critical thing.
So much of everyday programming is monotone. You need to transcend that sameness if you want to become a better programmer. And learning to think outside the box (and even just that there’s a box to think outside of!) is essential to that growth.
I think that’s also why so many programmers naturally gravitate to science fiction. Really good SF takes you outside your assumptions in exactly the same way.
Uomini comuni è un libro di Christopher R. Browning edito da Einaudi.
Riporto la descrizione presa dal sito dell’editore.
All’alba del 13 luglio 1942, gli uomini del Battaglione 101 della Riserva di Polizia tedesca entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei: ne selezionarono poche centinaia come «lavoratori» da deportare; gli altri, fossero donne, vecchi o bambini, li uccisero. Ordinaria crudeltà nazista, si direbbe; ma gli uomini del Battaglione 101 erano operai, impiegati, commercianti, artigiani arruolati da poco. Uomini comuni, reclutati per estrema necessità, che non erano nazisti né fanatici antisemiti, e ciò nonostante sterminarono 1500 vittime in un solo giorno. E il massacro di Józefów non fu che il primo di una lunga serie: in poco piú di un anno, il Battaglione 101 uccise altre 38 000 persone e collaborò alla deportazione a Treblinka e allo sterminio di oltre 45 000 ebrei.
Alla fine della guerra, rimasero 210 testimonianze di membri del Battaglione 101: cosa pensavano, mentre partecipavano alla «soluzione finale»? Come giustificavano il proprio comportamento? E soprattutto, per quale motivo furono cosí spietatamente efficienti nell’eseguire gli ordini? Per fede nell’autorità, per paura della punizione? La spiegazione data da Christopher Browning è molto piú sorprendente e angosciante: un uomo comune può diventare uno spietato assassino per puro spirito di emulazione e desiderio di carriera. Ovvero: i sentimenti piú banali e apparentemente innocui sono i motori della piú estrema inumanità. Ieri e oggi.
Non è più un uomo, chi si riduce (viene ridotto) allo stato di bestia per sopravvivere, oppure chi ha messo in moto un perverso meccanismo di sistematica distruzione e morte, e chi ha obbedito per vigliaccheria o fanatico zelo, e chi sapeva e ha fatto finta di non sapere, chi sospettava ma ha girato lo sguardo per non vedere, chi ora conosce la verità e continua a negarla.
Se questo è un uomo – Primo Levi
acronimo: dal greco akron (estremo) + onoma (nome). Indica una sigla composta dalle iniziali di piùparole.
Mi e’ arrivata una mail che fa così:
Illustre Professore,
La ringrazio vivamente [...]
Dell’illustre non me l’aveva ancora dato nessuno e come se non bastasse, non sono manco dottore o professore.
Fatto sta che l’estrema formalità mi ha lasciato perplesso.
In primis, mi chiedo se sia necessario inviare una mail ad una persona che non conosco con tutti questi titoli e soprattutto queste maiuscole (che secondo me indicano una deferenza esagerata).
Personalmente faccio una certa distinzione fra i titoli di merito e quelli di ruolo.
Comunque, più importante, ho notato un uso smodato di maiuscole. Mi indispettisce: pare di stare fra i sostantivi tedeschi. Eccheccavolo.
Cerchicchiando in giro ho trovato questo articolo che penso che chiarisca il punto.
A meno che il titolo non sia usato come sinonimo per la persona in un contesto estremamente azzeccato, io continuerò serenamente ad usare le minuscole anche per i titoli più roboanti (come presidente o ministro).
Nel caso invece decida di adulare in maniera smodata, passerò al CamelCase ovviamente.
Alla luce di tutto questo quindi, io mi sarei accontentato di un incipt del genere:
“Esimio AmministratoreDiSistema,
la ringraziamo vivamente [...]”
Nel capitolo Basics of the Unix Philosophy di The Art of Unix Programming è scritto:
[...] The Unix philosophy (like successful folk traditions in other engineering disciplines) is bottom-up, not top-down. It is pragmatic and grounded in experience. It is not to be found in official methods and standards, but rather in the implicit half-reflexive knowledge, the expertise that the Unix culture transmits. It encourages a sense of proportion and skepticism — and shows both by having a sense of (often subversive) humor.
Doug McIlroy, the inventor of Unix pipes and one of the founders of the Unix tradition, had this to say at the time:
(i) Make each program do one thing well. To do a new job, build afresh rather than complicate old programs by adding new features.
(ii) Expect the output of every program to become the input to another, as yet unknown, program. Don’t clutter output with extraneous information. Avoid stringently columnar or binary input formats. Don’t insist on interactive input.
(iii) Design and build software, even operating systems, to be tried early, ideally within weeks. Don’t hesitate to throw away the clumsy parts and rebuild them.
(iv) Use tools in preference to unskilled help to lighten a programming task, even if you have to detour to build the tools and expect to throw some of them out after you’ve finished using them.
He later summarized it this way (quoted in A Quarter Century of Unix):
This is the Unix philosophy: Write programs that do one thing and do it well. Write programs to work together. Write programs to handle text streams, because that is a universal interface.
Sto pensando alla scena di Idiocracy dove l’addetto all’infermeria non sa che pulsante pigiare per un mal di testa.
Mi piace continuare a pensare che i flussi di testo siano ancora un’interfaccia universale e utile per tutti, non solo per i programmi.