«Poi ce le prestiamo… Insomma la patonza deve girare…».

Falla girare...

A me sto fatto che la patonza dovesse girare, pareva chiaro sin dai tempi del liceo…

Jovanotti lo diceva già da tempo…

Der Pilger ha scritto un gran bel post, e parla di argomenti seri.

In nazisti hanno creato un esercito di demoni e quelli che non sono sopravvissuti all’orrore e al rimorso sono diventati degli angeli, in grado di vedere il buono anche quando noi non riusciamo a vederlo, sono in grado di riconoscere il male e di avvisarci di starne alla larga, perche’ sanno dove puo’ condurre un gesto o una parola dura.

La mia gratitudine e il mio ricordo va a coloro che magari sono stati dei demoni e che trovano ancora la forza di ricordarci che l’orrore non e’ finito nel ’45, che l’abominio si svolge ogni giorno, che l’oscurita’ e’ ancora fra noi, ma ci ricordano anche che con lavoro e impegno e’ possibile trasformarla in luce. Loro lo hanno fatto.

Per me il punto rimane serissimo anche se l’argomento non deve esserlo necessariamente: e mi ci confronto tutti i giorni.

Mi sovviene alla mente l’esperienza recente della morosa di un amico-collega che ha deciso, dopo un minimo tempo di prova, di non accettare un lavoro perché “l’ambiente avvelenava l’anima“. Scelta notevole, in questo periodo.

I costi non sono sempre indifferenti; ogni tanto, al contrario, sono proprio importanti.
Meglio capire cosa si rischia di perdere.

Sistemando un po’ la catina, ho ritrovato vecchi fumetti.
Tanta roba è andata nel cestino (sic), ma qualcosa ho tenuto, e in certi casi ho semplicemente riletto il primo numero della serie – così, per risvegliare i sensi o per vedere se adesso che sono “più grande” capisco meglio certe cose (leggendo cose che prendeva mio fratello con 6 anni meno di lui sulle spalle, non so in effetti cosa apprezzassi davvero di mia sponte).

Kenshiro, Slam Dunk, Rookies, e Dragon Ball li ricordo bene, li ho tenuti, magari li rileggerò volentieri in futuro – ma per ora non ne ho necessità.

Il mitico Crying Freeman lo sto tenendo lì, vicino a Sanctuary, per valutare il momento adatto per la rilettura.

E poi ho preso in mano i primi numeri di Capitan Harlock e di Devilman. Che belli.
O meglio, che brutti i disegni, ma che belli gli incipit delle trame. Fantastici.

Come se non bastasse, guardare questi vecchi cimeli, storici, assurdamente naive, ma anche pieni di “chicche” mi ha fatto venire in mente un tema interessante per personalizzare la moto, nel caso. ^_^ Son soddisfazioni.

Harlock

«Io mi batto solo per quello in cui credo. Non per uno stato o un pianeta in particolare. Lotto solamente per gli ideali che ho nel cuore… la gente mi chiama Capitan Harlock… il “black jack” è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivo in libertà. L’universo è la mia casa… la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene… la mia bandiera è un simbolo di libertà»

Spesso escono articoli su vari argomenti, tenuti da personaggi “importanti” che ne sparano un po’ di tutti i generi.
Ovviamente, ci si può esaltare o meno alla lettura delle prossime X features della versione Y.ZZ^2 ecc., ma di solito io non faccio parte del gruppo.

La cosa invece che mi è parsa carina di questa intervista a Damian Conway sul futuro del perl (si parla sempre della fantomatica versione 6 del linguaggio, in gestazione da 10 anni), è questo paragrafo:

Greg: What non-computing books would you recommend programmers to read?

DC: Programming is an intrinsically creative task, so it’s critically important to feed your creativity from outside the discipline. My own interest has always been in new models and metaphors for computation and better ideas for interfaces, so I try and read as widely as I can in the hard sciences (especially physics and mathematics) and in the literature of general design. But that’s me, and most people wouldn’t find inspiration in those same places.

So the general answer, I think is that you need to find books that stretch your brain in unexpected ways, that break you out of your habitual ways of thinking and of viewing the world, that challenge your assumptions and your certainties. Some great example of such books are “The Design of Everyday Things” by Donald Norman, “Freakonomics” by Stephen Dubner and Steven Levitt, “Guns, Germs, and Steel” by Jared Diamond, “The Prince” by Machiavelli, “Catch Me If You Can”, by Frank Abignale, “Lost in the Cosmos” by Walker Percy, or just about anything that Douglas Hofstader has written (sadly, most people seem to stop at “Godel, Escher, Bach”).

Now, I don’t say that I agree with every idea or theory in those particular books, or even with most of them, but I do think that every one of them issues a direct challenge to our entrenched expectations and beliefs. And I think that’s the critical thing.

So much of everyday programming is monotone. You need to transcend that sameness if you want to become a better programmer. And learning to think outside the box (and even just that there’s a box to think outside of!) is essential to that growth.

I think that’s also why so many programmers naturally gravitate to science fiction. Really good SF takes you outside your assumptions in exactly the same way.

:)

Uomini comuni è un libro di Christopher R. Browning edito da Einaudi.
Riporto la descrizione presa dal sito dell’editore.

All’alba del 13 luglio 1942, gli uomini del Battaglione 101 della Riserva di Polizia tedesca entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei: ne selezionarono poche centinaia come «lavoratori» da deportare; gli altri, fossero donne, vecchi o bambini, li uccisero. Ordinaria crudeltà nazista, si direbbe; ma gli uomini del Battaglione 101 erano operai, impiegati, commercianti, artigiani arruolati da poco. Uomini comuni, reclutati per estrema necessità, che non erano nazisti né fanatici antisemiti, e ciò nonostante sterminarono 1500 vittime in un solo giorno. E il massacro di Józefów non fu che il primo di una lunga serie: in poco piú di un anno, il Battaglione 101 uccise altre 38 000 persone e collaborò alla deportazione a Treblinka e allo sterminio di oltre 45 000 ebrei.

Alla fine della guerra, rimasero 210 testimonianze di membri del Battaglione 101: cosa pensavano, mentre partecipavano alla «soluzione finale»? Come giustificavano il proprio comportamento? E soprattutto, per quale motivo furono cosí spietatamente efficienti nell’eseguire gli ordini? Per fede nell’autorità, per paura della punizione? La spiegazione data da Christopher Browning è molto piú sorprendente e angosciante: un uomo comune può diventare uno spietato assassino per puro spirito di emulazione e desiderio di carriera. Ovvero: i sentimenti piú banali e apparentemente innocui sono i motori della piú estrema inumanità. Ieri e oggi.

Non è più un uomo, chi si riduce (viene ridotto) allo stato di bestia per sopravvivere, oppure chi ha messo in moto un perverso meccanismo di sistematica distruzione e morte, e chi ha obbedito per vigliaccheria o fanatico zelo, e chi sapeva e ha fatto finta di non sapere, chi sospettava ma ha girato lo sguardo per non vedere, chi ora conosce la verità e continua a negarla.

Se questo è un uomo – Primo Levi

acronimo: dal greco akron (estremo) + onoma (nome). Indica una sigla composta dalle iniziali di piùparole.

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