Mi e’ arrivata una mail che fa così:

Illustre Professore,
La ringrazio vivamente [...]

Dell’illustre non me l’aveva ancora dato nessuno e come se non bastasse, non sono manco dottore o professore.
Fatto sta che l’estrema formalità mi ha lasciato perplesso.

In primis, mi chiedo se sia necessario inviare una mail ad una persona che non conosco con tutti questi titoli e soprattutto queste maiuscole (che secondo me indicano una deferenza esagerata).

Personalmente faccio una certa distinzione fra i titoli di merito e quelli di ruolo.

Comunque, più importante, ho notato un uso smodato di maiuscole. Mi indispettisce: pare di stare fra i sostantivi tedeschi. Eccheccavolo.
Cerchicchiando in giro ho trovato questo articolo che penso che chiarisca il punto.

A meno che il titolo non sia usato come sinonimo per la persona in un contesto estremamente azzeccato, io continuerò serenamente ad usare le minuscole anche per i titoli più roboanti (come presidente o ministro).

Nel caso invece decida di adulare in maniera smodata, passerò al CamelCase ovviamente.

Alla luce di tutto questo quindi, io mi sarei accontentato di un incipt del genere:
“Esimio AmministratoreDiSistema,
la ringraziamo vivamente [...]”
;-)

Nel capitolo Basics of the Unix Philosophy di The Art of Unix Programming è scritto:

[...] The Unix philosophy (like successful folk traditions in other engineering disciplines) is bottom-up, not top-down. It is pragmatic and grounded in experience. It is not to be found in official methods and standards, but rather in the implicit half-reflexive knowledge, the expertise that the Unix culture transmits. It encourages a sense of proportion and skepticism — and shows both by having a sense of (often subversive) humor.

Doug McIlroy, the inventor of Unix pipes and one of the founders of the Unix tradition, had this to say at the time:

(i) Make each program do one thing well. To do a new job, build afresh rather than complicate old programs by adding new features.

(ii) Expect the output of every program to become the input to another, as yet unknown, program. Don’t clutter output with extraneous information. Avoid stringently columnar or binary input formats. Don’t insist on interactive input.

(iii) Design and build software, even operating systems, to be tried early, ideally within weeks. Don’t hesitate to throw away the clumsy parts and rebuild them.

(iv) Use tools in preference to unskilled help to lighten a programming task, even if you have to detour to build the tools and expect to throw some of them out after you’ve finished using them.

He later summarized it this way (quoted in A Quarter Century of Unix):

This is the Unix philosophy: Write programs that do one thing and do it well. Write programs to work together. Write programs to handle text streams, because that is a universal interface.

Sto pensando alla scena di Idiocracy dove l’addetto all’infermeria non sa che pulsante pigiare per un mal di testa.

Mi piace continuare a pensare che i flussi di testo siano ancora un’interfaccia universale e utile per tutti, non solo per i programmi.

Di recente ho visto A beautiful mind (wiki), la storia del matematico premio Nobel John Nash, affetto da una importante forma di schizofrenia (ad essere onesti, mi è parsa più la storia di sua moglie: una donna amorevole e vicina al marito fino allo strazio…).
Nel frattempo mi sto leggendo in maniera discontinua “Sta scherzando, Mr. Feynman?”, una raccolta di aneddoti del celebre fisico scoppiato anche lui come un copertone ma decisamente sano e altrettanto capace.

Il contrasto è notevolissimo, confrontandoli a distanza così ravvicinata, nonostante il background scientifico e la genialità in comune.

Da wikipedia:

L’Antologia di Spoon River (Spoon River Anthology) è una raccolta di poesie che il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò tra il 1914 e il 1915 sul “Mirror” di St. Louis. Ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita di una delle persone sepolte nel cimitero di un piccolo paesino della provincia americana.

Si parlava di recente con un amico dell’accettazione e di altre cose, di sentirsi geniali, di essere soddisfatti di se stessi, ecc. … e mi sono imbattuto in questo:

I miei genitori pensavano che sarei diventato
grande come Edison o più grande:
perché da ragazzo costruivo palloni
e aquiloni meravigliosi e giocattoli a molla
e piccole locomotive che correvano su rotaie
e telefoni di barattoli e filo.
Suonavo la cornetta e dipingevo,
modellavo la creta e recitai la parte
del cattivo in Octoroon.
Ma poi a ventun anni mi sposai
e dovevo vivere, e così, per vivere
imparai il mestiere dell’orologiaio
e avevo una gioielleria in piazza,
e pensavo, pensavo, pensavo, pensavo,-
non agli affari, ma alla macchina
che progettavo di costruire.
E tutta Spoon River aspettava impaziente
di vederla in funzione, ma non funzionò mai.
E qualche anima buona pensò che il mio genio
fosse in qualche modo impedito dal negozio.
Non era vero. La verità era questa:
non ero un genio.

Preso da: Walter Simmons
In inglese.

L’antologia completa online.

Tutto sto casino per la legge anti-clandestini.
Io la legge non l’ho ancora letta – e sicuramente ci saranno delle porcate. Ma sono molto perplesso dalle opinioni girate sulla stampa.

Molti ce l’hanno col reato di clandestinità. Perchè? Essere clandestini è reato. Porca zozza.
Dizionario Garzanti: clandestinità, Stato di chi o di ciò che è clandestino. clandestino, agg. Fatto di nascosto o contro il divieto di qualche autorità.
Non capisco dove sta il problema? Essere clandestini è sostanzialmente un reato. Sono semmai stupefatto che non lo fosse prima.

La Stampa. Ricca. La Repubblica. Il Corriere. Il Messaggero.

What’s the point? Parliamo del fatto che un immigrato clandestino nel paese sia in una posizione irregolare e quindi illegale, o parliamo di altri problemi? (carceri. il fatto che non possano pagare multe assurde. ecc.)
Perchè a spostare il fuoco delle discussioni, si fa sempre in tempo.
Se Berlusconi e la Lega son dei pirla perchè non hanno pensato alla carceri, ok. Ma perchè fare tutto sto casino per una norma contro gli immigrati clandestini? Sono nell’illegalità!

Leggo il commento di Sofri e onestamente NON sono d’accordo.

Infermieri e domestiche e badanti di vecchi e bambini, quello che abbiamo di più prezioso (e di prostitute, addette ad altre cure corporali), e lavoratori primatisti di morti bianche, e li chiamiamo delinquenti e li additiamo alla paura.

Ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano la regolarizzazione secondo il capriccio dei decreti flussi, e intanto sul loro lavoro si regge la nostra vita quotidiana, e basta consultare le loro pratiche di questura per saperne tutto, nome cognome luogo di impiego e residenza, nome e indirizzo di chi li impiega.

Col cavolo! Se vogliamo discutere del casino che è prendere la regolarizzazione ci sto. Se vogliamo parlare dell’obolo di 200 euro ok. Ma se vogliamo “scusare” i clandestini che lavorano in nero perchè “ci sono utili”… minchia, ma dove siamo finiti. E questo lo dicono le persone di sinistra? Figata.

Sul lavoro clandestino è meglio che non si regga niente della nostra vita quotidiana. E se il lavoro è regolare (svolto da un immigrato qualunque, come ce ne sono tanti) non capisco che problema ci sia.

La legge, vi obietterà qualcuno, vuole colpire gli ingressi, non chi c’è già: non è vero.

Io spero colpisca indistintamente chi non è nella legalità. Guarda un po’.

Non ho capito inoltre che problema ha Sofri coi matrimoni misti: se vado in uno stato come irregolare e mi sposo che dovrebbe capitare? Divento legalmente cittadino? Mi vengono rimessi i peccati?

I dubbi esposti dal CSM (evidenziati dal Messaggero, link sopra) mi paiono sensati, soprattutto quello riguardante i minori con il documento d’identificazione. A parte questi però, non mi pare che sia tutto così insensato.

Se si può avere uno stato con una sentenza del genere:
http://www.grusol.it/informazioni/02-09-03bis.asp

Lo straniero che si trova in Italia in condizione di clandestinità non è obbligato ad esibire il documento di identità alle autorità che ne facciano richiesta, e pertanto il suo rifiuto non costituisce reato in quanto la norma incriminatrice si applica solo ai cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno. [...]

forse è anche il caso di riflettere.

Immigrati non è una parolaccia.
E’ clandestini che tocca, se proprio vogliamo.

Gli immigrati italiani prendevano la nave, sbarcavano negli USA, e lavoravano.
Quelli che andavano per delinquere, erano comunque indagati – e suppongo che se anche non lo fossero stati, non li presenteremmo certo come esempi da seguire.

Insomma, è tanto dura riuscire a scindere la logica dell’accoglienza della normalità con quella dell’accoglienza dell’illegalità?

A questo punto mi piacerebbe molto che mi si spiegassero le motivazioni per criticare una cosa del genere. Perchè a me, attualmente, sfugge.

Ho finito di leggere la trilogia “La Rivolta di Atlante” di Ayn Rand.
Le info su di lei le trovate abbondanti nella wiki. Altre info sull’oggettivismo (la corrente filosofica nata dalle sue idee) qua.

La storia narra di un gruppo di personaggi che decide di “scioperare” negando ad un mondo sempre più rincitrullito le proprie idee ed il proprio sforzo.
Questi uomini di successo (da grandi industriali a volenterosi facchini) si “staccano” dal mondo mettendolo in ginocchio.

Ho trovato la filosofia che sorregge la trama (raziocinio uber alles) comprensibile, condivisibile e anche interessante (questi protagonisti umani sono supereroi all’atto pratico), ma l’idiozia dei “cattivi” si evolve in una maniera tale nei tre libri, da lasciarmi assolutamente esterrefatto.
La conclusione del romanzo è un inno all’autodistruzione talmente imbecille, che ha tolto ai miei occhi qualunque parvenza di verosimiglianza.

Il primo libro (Il tema) è molto brutale, terra-terra ed è riuscito a tenermi incollato nella sua tristezza drammatica.
Il secondo libro (L’uomo che apparteneva alla terra) porta alla luce tutta la filosofia accennata in precedenza, le chiavi di lettura e le posizioni dei personaggi. E’ il libro che m’è passato più in fretta, ma non il più ficcante.
Il terzo (L’atlantide) è stato insieme esaltante e una rottura di balle senza fine. Il capitolo 6 risolve la situazione di uno dei protagonisti del romanzo e dei comprimari a lui legati; per me il capitolo più bello, emozionante e struggente del libro. C’è tutto in quella trentina di pagine.
Poi arriva il capitolo 7. La Punizione. 77 pagine dove viene presentato un unico discorso di un unico personaggio che ribadisce per 77 volte la stessa cosa (per altro già spiegata in precedenza). La cosa più pallosa e trita che si potesse affrontare.
Suppongo si volesse tirare le fila della trilogia. Beh, lo fa. Ma che due cojons.

Ho sempre pensato che la mia riconosciuta logorrea fosse pessima. Beh, ora so anche quale effetto produrro’ quando raggiungero’ il limite.

A conti fatti, il romanzo m’è piaciuto abbastanza. Se volete leggere qualcosa di coerente e inflessibile fino a farvi venire l’orticaria, potrete trovare nella trama della Rand pane per i vostri denti.

Un articolo molto bello ed estremamente lungo sul web2.0 (di fine 2005), ma soprattutto sullo sviluppo di un tale modello.
E’ lunghissimo, ma mi è piaciuto e ne volevo tenere traccia.
What Is Web 2.0
Traduzione in italiano.

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