Link alla versione online: lwp.interglacial.com/
Link allo zip scaricabile: interglacial.com/temp/lwpbook.zip

LWP (short for “Library for World Wide Web in Perl”) is a set of Perl modules and object-oriented classes for getting data from the Web and for extracting information from HTML.

Spesso escono articoli su vari argomenti, tenuti da personaggi “importanti” che ne sparano un po’ di tutti i generi.
Ovviamente, ci si può esaltare o meno alla lettura delle prossime X features della versione Y.ZZ^2 ecc., ma di solito io non faccio parte del gruppo.

La cosa invece che mi è parsa carina di questa intervista a Damian Conway sul futuro del perl (si parla sempre della fantomatica versione 6 del linguaggio, in gestazione da 10 anni), è questo paragrafo:

Greg: What non-computing books would you recommend programmers to read?

DC: Programming is an intrinsically creative task, so it’s critically important to feed your creativity from outside the discipline. My own interest has always been in new models and metaphors for computation and better ideas for interfaces, so I try and read as widely as I can in the hard sciences (especially physics and mathematics) and in the literature of general design. But that’s me, and most people wouldn’t find inspiration in those same places.

So the general answer, I think is that you need to find books that stretch your brain in unexpected ways, that break you out of your habitual ways of thinking and of viewing the world, that challenge your assumptions and your certainties. Some great example of such books are “The Design of Everyday Things” by Donald Norman, “Freakonomics” by Stephen Dubner and Steven Levitt, “Guns, Germs, and Steel” by Jared Diamond, “The Prince” by Machiavelli, “Catch Me If You Can”, by Frank Abignale, “Lost in the Cosmos” by Walker Percy, or just about anything that Douglas Hofstader has written (sadly, most people seem to stop at “Godel, Escher, Bach”).

Now, I don’t say that I agree with every idea or theory in those particular books, or even with most of them, but I do think that every one of them issues a direct challenge to our entrenched expectations and beliefs. And I think that’s the critical thing.

So much of everyday programming is monotone. You need to transcend that sameness if you want to become a better programmer. And learning to think outside the box (and even just that there’s a box to think outside of!) is essential to that growth.

I think that’s also why so many programmers naturally gravitate to science fiction. Really good SF takes you outside your assumptions in exactly the same way.

:)

Uomini comuni è un libro di Christopher R. Browning edito da Einaudi.
Riporto la descrizione presa dal sito dell’editore.

All’alba del 13 luglio 1942, gli uomini del Battaglione 101 della Riserva di Polizia tedesca entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei: ne selezionarono poche centinaia come «lavoratori» da deportare; gli altri, fossero donne, vecchi o bambini, li uccisero. Ordinaria crudeltà nazista, si direbbe; ma gli uomini del Battaglione 101 erano operai, impiegati, commercianti, artigiani arruolati da poco. Uomini comuni, reclutati per estrema necessità, che non erano nazisti né fanatici antisemiti, e ciò nonostante sterminarono 1500 vittime in un solo giorno. E il massacro di Józefów non fu che il primo di una lunga serie: in poco piú di un anno, il Battaglione 101 uccise altre 38 000 persone e collaborò alla deportazione a Treblinka e allo sterminio di oltre 45 000 ebrei.

Alla fine della guerra, rimasero 210 testimonianze di membri del Battaglione 101: cosa pensavano, mentre partecipavano alla «soluzione finale»? Come giustificavano il proprio comportamento? E soprattutto, per quale motivo furono cosí spietatamente efficienti nell’eseguire gli ordini? Per fede nell’autorità, per paura della punizione? La spiegazione data da Christopher Browning è molto piú sorprendente e angosciante: un uomo comune può diventare uno spietato assassino per puro spirito di emulazione e desiderio di carriera. Ovvero: i sentimenti piú banali e apparentemente innocui sono i motori della piú estrema inumanità. Ieri e oggi.

The murder of Lehman Brothers
An insider’s look at the global meltdown
di Joseph Tibman
pp. 235
Editore Brick Tower Press
Anno 2009

The murder of Lehman Brothers

Un articolo-intervista all’autore: La fine di Lehman Brothers: la testimonianza di un Senior Investment

Ho finito di leggere la trilogia “La Rivolta di Atlante” di Ayn Rand.
Le info su di lei le trovate abbondanti nella wiki. Altre info sull’oggettivismo (la corrente filosofica nata dalle sue idee) qua.

La storia narra di un gruppo di personaggi che decide di “scioperare” negando ad un mondo sempre più rincitrullito le proprie idee ed il proprio sforzo.
Questi uomini di successo (da grandi industriali a volenterosi facchini) si “staccano” dal mondo mettendolo in ginocchio.

Ho trovato la filosofia che sorregge la trama (raziocinio uber alles) comprensibile, condivisibile e anche interessante (questi protagonisti umani sono supereroi all’atto pratico), ma l’idiozia dei “cattivi” si evolve in una maniera tale nei tre libri, da lasciarmi assolutamente esterrefatto.
La conclusione del romanzo è un inno all’autodistruzione talmente imbecille, che ha tolto ai miei occhi qualunque parvenza di verosimiglianza.

Il primo libro (Il tema) è molto brutale, terra-terra ed è riuscito a tenermi incollato nella sua tristezza drammatica.
Il secondo libro (L’uomo che apparteneva alla terra) porta alla luce tutta la filosofia accennata in precedenza, le chiavi di lettura e le posizioni dei personaggi. E’ il libro che m’è passato più in fretta, ma non il più ficcante.
Il terzo (L’atlantide) è stato insieme esaltante e una rottura di balle senza fine. Il capitolo 6 risolve la situazione di uno dei protagonisti del romanzo e dei comprimari a lui legati; per me il capitolo più bello, emozionante e struggente del libro. C’è tutto in quella trentina di pagine.
Poi arriva il capitolo 7. La Punizione. 77 pagine dove viene presentato un unico discorso di un unico personaggio che ribadisce per 77 volte la stessa cosa (per altro già spiegata in precedenza). La cosa più pallosa e trita che si potesse affrontare.
Suppongo si volesse tirare le fila della trilogia. Beh, lo fa. Ma che due cojons.

Ho sempre pensato che la mia riconosciuta logorrea fosse pessima. Beh, ora so anche quale effetto produrro’ quando raggiungero’ il limite.

A conti fatti, il romanzo m’è piaciuto abbastanza. Se volete leggere qualcosa di coerente e inflessibile fino a farvi venire l’orticaria, potrete trovare nella trama della Rand pane per i vostri denti.

    
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